Attilio entra nell’esercito nel 1942, destinato al reparto di artiglieria leggera. Ha vent’anni, gli occhi già segnati dal sole di Arzana e un corpo abituato alla fatica. Ma il fronte non è la campagna, e il fucile non è un bastone da pastore.
Viene addestrato in fretta, come tanti altri giovani mandati via dai paesi, spesso senza sapere dove andranno. Le notti sono fredde, le marce lunghe, il cibo scarso. Il rumore delle esplosioni entra nella pelle, ma Attilio tiene la testa bassa e fa il suo dovere.
L'artiglieria leggera non ha la potenza distruttiva dei cannoni pesanti, ma è sempre in prima linea. I serventi si spostano velocemente, portano pezzi e munizioni a spalla, montano e smontano i pezzi come meccanismi di sopravvivenza. Attilio impara presto a fare squadra, a leggere i gesti degli altri, a stare zitto quando serve.
Non lascia testimonianze scritte di quel periodo, ma chi l’ha conosciuto racconta di un ragazzo silenzioso, affidabile, che non si lamentava mai. Raccontava poco anche da anziano. Non per vergogna, ma per pudore. La guerra non era una medaglia, era una parentesi amara da superare.
Durante uno spostamento, si ammala di febbre e viene ricoverato per alcune settimane. Non è ferito, ma quel tempo gli resta addosso: il corpo indebolito, la mente stanca. Quando la guerra finisce, nel 1945, rientra ad Arzana senza fanfara.
Lo accolgono come si accoglie un figlio che torna, ma lui non ha l’aria del reduce. Ha solo voglia di lavorare e rimettere insieme le cose. Il mondo è cambiato, ma i campi no. Le pecore lo aspettano, il silenzio anche. Attilio riprende da dove aveva lasciato.
La guerra, nella sua vita, resta come un nodo stretto in fondo allo stomaco. Non lo definisce, ma lo rafforza. Lo ha visto giovane, e lo ha restituito adulto.