Il mio carrello


Capitolo 3 – Il ritorno e il silenzio


Il 1945 non è un anno di festa per Attilio, ma di ripresa. Rientrato ad Arzana, non racconta molto. La guerra è finita, e questo basta. Il fucile lascia spazio al bastone, le divise militari agli scarponi da pastore. Senza grandi parole, Attilio torna ai campi, alle pietre, agli animali. Per un altro anno, forse due, il suo mondo è di nuovo il pascolo.


Riprende in mano ciò che conosce, senza esitare. Il gregge è cambiato, ma la terra no. I sentieri, i recinti, le albe sopra i monti sono gli stessi. Il ritmo della pastorizia, fatto di attese e piccoli gesti, lo rieduca alla pazienza. È un ritorno fisico e mentale, un rimettere ordine in se stesso passando dalle cose semplici: il latte, l’erba, la tosatura.


Non c’è nostalgia né idealizzazione. Attilio non idealizza il passato, e nemmeno lo rincorre. Fa quello che c’è da fare. La Sardegna del dopoguerra è povera, lenta, chiusa, ma viva. I paesi si ricostruiscono piano, senza clamore. E Attilio fa parte di quel silenzioso movimento di uomini che rimettono le mani sulla propria vita con forza quieta.


Nel 1946, in paese, si vocifera che il forno Pilia cerca un aiutante. Il lavoro da pastore è duro, incerto, e Attilio è incuriosito. Pane, farina, legna: non è un mondo completamente nuovo. È ancora un mondo di mani, di notti, di attese. Fa domanda, viene preso.


Quello che all’inizio è solo un impiego si trasformerà, negli anni, in una vocazione. Ma in quel momento, Attilio è solo un ragazzo che cambia direzione. Lascia il pascolo per il forno. Il silenzio della campagna per il calore del pane. È l’inizio di una strada diversa, ma fedele a se stesso.


Il pastore rimarrà sempre dentro di lui, nel modo in cui guarda gli animali, nella sobrietà con cui si muove, nella serietà del lavoro quotidiano. Ma qualcosa, dal 1947 in poi, comincia lentamente a cambiare.