Il mio carrello


Capitolo 8 – Cent’anni e un forno acceso


Quando Attilio compie cent’anni, il forno è ancora in attività. La sua immagine, con il grembiule bianco e le mani infarinate, campeggia su un manifesto del comune di Arzana: “Cent’anni di pane e di vita”. Ma per lui non è una celebrazione, è solo un altro giorno. Si alza presto come sempre, apre la porta sul retro, guarda il cielo, respira.


Il traguardo dei cento anni attira l’attenzione anche fuori dall’isola. Giornali, televisioni locali e perfino una troupe tedesca si presentano ad Arzana per intervistarlo. Gli chiedono il segreto della longevità. Lui scrolla le spalle e risponde: “Lavorare e mangiare bene. E non arrabbiarsi troppo.”


L’Ogliastra, ormai, è nota nel mondo come una delle “zone blu”, dove le persone vivono più a lungo. E Attilio ne diventa un simbolo, senza volerlo. I medici lo citano, gli scienziati lo visitano. Ma lui resta lo stesso: seduto su una sedia fuori dal forno, con il cappello ben calzato e lo sguardo tranquillo.


Roberta racconta: “Il giorno del suo compleanno c’erano palloncini, una torta enorme e gente arrivata da tutta la regione. Ma lui sembrava interessato solo a sapere se il forno aveva sfornato tutto in tempo. Disse: ‘Le candeline fanno fumo, ma il pane fa profumo.’”


Durante l’anno del centenario, l’interesse si moltiplica. Università, documentari, riviste gastronomiche. Ma anche lettere di persone comuni, che raccontano di come quel pane li ha accompagnati per tutta la vita: nei pranzi di festa, nei viaggi, nei ritorni in Sardegna.


Valentino, ormai alla guida dell’azienda, decide con il padre di non espandersi troppo. Preferiscono restare artigiani, legati al territorio. Nascono collaborazioni con agriturismi e ristoratori locali. La parola d’ordine resta sempre la stessa: qualità.


“Non dobbiamo vendere ovunque”, dice Attilio, “dobbiamo farci ricordare da chi ci sceglie.”


La routine continua. Ogni mattina c’è un’impastatrice da controllare, un sacco di farina da sistemare, un cliente da ascoltare. Attilio non lavora più come una volta, ma resta una presenza costante. È il cuore del forno, anche se batte più piano.


Un giornalista gli chiede se ha mai pensato di smettere. Lui risponde: “Il pane non si smette. Si accompagna.”


Nel paese, tutti lo conoscono. I bambini lo salutano come si saluta un nonno. I turisti si fermano per una foto. Gli anziani lo chiamano “zio Attiliu”. Ma dietro il rispetto, c’è soprattutto affetto. Quello che si riserva a chi ha fatto qualcosa di buono, senza vantarsene mai.


E così, a cent’anni suonati, il forno resta acceso. Come una lanterna nella notte. Come una promessa che il tempo, se ben speso, lascia il segno.